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- Voltan, "Sylvia P. 1932 - 1963"
Un padre prepotente. Un marito infedele (il poeta Ted Hughes). Due figli che la tengono ancorata al quotidiano. Antonella Voltan mette in scena il monologo Sylvia P 1932-1963: un racconto delicato sulla vita di Sylvia Plath, poetessa americana talentuosa. E inguaribilmente infelice. Nata a Boston da una famiglia di lingua tedesca, Sylvia è considerata un mito dalle femministe. E i miti, si sa, muoiono giovani: il 1963 è l'anno in cui viene assassinato John F. Kennedy, esce il primo album dei Beatles e Martin Luther King annuncia al mondo di "avere un sogno". Per Sylvia Plath invece è l'anno in cui i suoi sogni si infrangono: a soli 30 anni sigilla le finestre della cucina e infila la testa nel forno a gas. Ha lasciato sul tavolo pane, burro e due tazze di latte per i bambini. Figlia di Otto Emil Plath, professore di college arrivato in America a sedici anni e stimato entomologo impegnato nello studio delle api, Sylvia ha una vera e propria ossessione per la perfezione della scrittura. E per i maschi della sua vita: "Padre mi vedi? Ich bin die Bienenkönigin. Sono la tua ape regina.“ Ma l'alveare è silenzioso. Sua madre Aurelia Schober - una delle studentesse di Otto - non smette di chiederle di diventare "migliore”. Migliore di chi? Eppure Sylvia è stata una bambina prodigio: a 8 anni ha pubblicato la sua prima poesia; ha partecipato (e vinto) concorsi letterari; ha venduto una poesia e un racconto mentre era al liceo; ha vinto il concorso di narrativa della rivista Mademoiselle nel 1952 e ottenuto una borsa di studio allo Smith College, dove si è laureata con il massimo dei voti. "Parlo con Dio, ma il cielo è vuoto": Sylvia insegue il suo sogno a dispetto del suo destino. Il monologo Sylvia P 1932-1963 - per la regia di Lara Franceschetti - dà voce alla vita interiore di una donna sensibile destinata alla follia: "Non c'è via d'uscita dalla mente?". No non c'è. Nel 1982 Sylvia Plath è la prima poetessa a vincere, dopo la morte, il Premio Pulitzer per la poesia, con The Collected Poems: “Sono sempre stata e mi son sempre sentita come un libro aperto, circondato da analfabeti”. La vita dell'americana che riposa in Gran Bretagna ricalca quella di innumerevoli letterati che hanno scelto di andarsene: da Ernest Hemingway ad Arthur Kostler, da Pierre Drieu La Rochelle a Primo Levi, da Vladimir Majakowskij a Emilio Salgari, da David Foster Wallace a Rainer Maria Rilke da Cesare Pavese a Yukio Mishima, da Walter Benjamin a Jack London, solo per citarne alcuni. "Volevo essere mito. Io non volevo stare: volevo essere! Dando corpo alla spinta che da dentro mi chiedeva perentoria di uscire e diventar voce. Unica, irripetibile. La mia voce. Proiettile che si conficca in un cuore e vi rimane per sempre”. L'interpretazione di Antonella Voltan è intensa e lieve. La regia è a cura di Lara Franceschetti: "Questa è la mia storia - dice Sylvia- la storia di una fame inestinguibile. La storia di una vela fatta per il mare, incapace di prendere il largo, incagliata sul fondo della sua fragilità. Essere vento e voler farsi scoglio. Questa è la storia di un corto circuito. Schiaccio i chicchi tra i denti, la polpa asprigna si frantuma. Non li ho contati. O forse sì". Due donne scavano nell'anima di una donna che voleva entrare nell'olimpo dei grandi. Ora sappiamo che ci è riuscita.
- Visto per voi: "Tre donne alte"
Tre donne, tre epoche diverse della vita. Tre caratteri ben distinti che, nel secondo atto, si rivelano essere la stessa persona vista in differenti età della sua esistenza.Tre donne alte, dell’americano tre volte premio Pulitzer Edward Albee, è in scena all’Elfo di Milano fino al 3 marzo. Una signora sul viale del tramonto racconta i suoi ultimi 92 anni. Le sue confidenze in punto di morte sono dirette a due donne che la accudiscono: una cinquantenne disillusa (e con lingua tagliente) e una venticinquenne eclettica e arrogante. Senza illusioni e senza orpelli sentimentali, l'anziana racconta un presente grigio, puntellato da incontinenza e degenerazione della memoria. E che dire del passato? Infedeltà, lutti (la perdita del marito e degli amici più cari), sconfitte e delusioni scandiscono un tempo incerto simile a una corsa a ostacoli. Ma allora, alla fine, che cos'è la vita? Il bilancio è "no frills" e la sopravvivenza prevede una buona dose di ironia e di sarcasmo. Lo spettacolo Tre donne alte Di Edward Albee Regia di Ferdinando Bruni Con Ida Marinelli Elena Ghiaurov Denise Brambillasca Stephan HabanDove Dove Teatro Elfo Puccini Corso Buenos Aires 33 Milano Quando Domenica 25 febbraio ore 16.30 Martedi 27 febbraio ore 21.00 Mercoledi 28 febbraio e giovedi 29 ore 20
- Visto per voi: "Sempre fiori, mai un fioraio"
Fino al 24 marzo all'Elfo c'è "Sempre fiori, mai un fioraio", delizioso omaggio a Paolo Poli, protagonista di un teatro d'altri tempi. Tratto dall'omonimo libro edito da Rizzoli, l'attore e regista si confessa all'amico trentennale Pino Strabioli: a pranzo per due anni a Roma, sempre nello stesso ristorante di piazza Sforza Cesarini. Sempre a mezzogiorno, "l'ora in cui gli attori dormono". Poli - classe 1929 - racconta la sua infanzia, quando le signore per bene non potevano lavorare per il cinematografo e lo zio "tassinaro" andava a prendere le donne alle case di tolleranza per portarle a fare da comparsa in un film sulla Divina Commedia. Ricorda quando, nel 1938, in Italia arrivano due star: Biancaneve (prima edizione) e Hitler. Paolo "Balilla" Poli va come tutti ad accoglierlo a Firenze con una bandierina in mano. Altri tempi. Gentile, colto e delicato, l'artista conversa amabilmente su Madame Bovary (che inizia col matrimonio e finisce con l’arsenico); su Michelangelo (che sullo sfondo del dipinto "Tondo Doni" mette uomini nudi); sulle sante che pisciano sul rogo; sui papi morti ammazzati; sulle cene alcoliche a casa Fellini e sulle avventure galanti del Mago Zurlì. Altri mondi. La pièce ci restituisce l'epica di un teatro realizzato alla vecchia maniera, quando in scena lo sfondo si fa con le tele dipinte, il cielo è di carta e le parrucche sono di lana. Il dialogo spazia, con un pizzico di ironia, tra i fasti dello spettacolo, la vita quotidiana, la letteratura, l'arte, la poesia e la storia di un secolo irripetibile: il Novecento. Tra fettuccine con i carciofi, mezza di rosso e un caffè (che "fa bene ai capezzoli") si snoda un pezzo importante della storia del teatro, visto con gli occhi di un raffinato capocomico che, nella sua lunga carriera, diventerà Il Maestro. Lo spettacolo "Sempre fiori, mai un fioraio" Con Pino Strabioli e Marcello Fiorini alla fisarmonica Dove Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano Quando Fino al 24 marzo A che ora Mercoledì 19.30 Giovedì 19.30 Venerdì 21.00 Sabato 19.30 Domenica 15.30 Produzione Alt Academy Info e biglietteria: www.elfo.org
- Visto per voi: "Giorni felici"
Come si fa a essere felici quando si è prigionieri di un matrimonio finito? E, ancora di più, come si fa a essere felici se si è sepolti fino al collo sotto un mucchio di terra? “Giorni felici”, di Samuel Beckett, è un'opera surreale in scena all’Elfo di Milano fino al 21 aprile. Protagonista è una strana coppia, divisa da un matrimonio senza amore e unita dall'impossibilità di muoversi. Winnie e Willie, due coniugi spenti (come tanti) vivono in una condizione molto particolare: sono incastrati in un mucchio di terra. Lei è conficcata fino alla vita in un cumulo di terreno, lui è confinato in un buco e si sposta solo strisciando. I due atti dello spettacolo mostrano due scenari diversissimi. Nel primo, Winnie è ben vestita, truccata e pettinata: si muove allegra sfoggiando un ombrellino e una grande borsa nera: “sulla cinquantina, ben conservata, preferibilmente bionda, braccia e spalle nude, corpetto scollato, seno generoso e giro di perle”: cosi Beckett disegna la protagonista. La routine quotidiana di Winnie ci trasmette sicurezza e banale serenità. L’annoiato marito Willie la sopporta, nascondendosi dietro il giornale e rispondendole a monosillabi. Ma, nel secondo atto, cambia tutto. Winnie è bloccata e non può distrarsi passeggiando qua e là. E, per guardare il marito, deve voltarsi di 180 gradi. Come sempre, lui resta chiuso nel suo mondo. "Giorni felici" sembrerebbe l’insipida storia quotidiana di una coppia qualunque. Ma quel mucchietto di terra fa la differenza, stressando la loro condizione al limite del sopportabile. Eppure, mentre il racconto si fa ogni istante più assurdo, Winnie sembra non farci caso: parla, canticchia e si impegna ad affrontare “un altro giorno divino”. Sopravviverà la coppia che non sapeva amare (e non poteva muoversi)? Il drammaturgo irlandese racconta un'incapacità di comunicare così grande, da rischiare di ridurci a cibo per i vermi. Beckett, ha scritto tempo fa un critico teatrale, ha realizzato quello che sembrava impossibile: "un'opera in cui non succede nulla, ma che tiene incollati gli spettatori ai loro posti". Elena Russo Arman è Winnie, una milf borghese un po' démodé, mentre Roberto Dibitonto è il suo svogliato marito. La bella regia è di Francesco Frongia. Lo spettacolo "Giorni felici" Dove Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano Quando Fino al 21 aprile Orari variabili consultare il sito: www.elfo.org/spettacoli/2023-2024/giorni-felici.htm?gad_source=1&gclid=CjwKCAjwh4-wBhB3EiwAeJsppHLBVllUQXJmAgYUKikus3Ukf9uDNqoZm3ZLM0urDe-ygDKYKBWc3BoCerMQAvD_BwE Tel. 02.00.66.06.06 biglietteria@elfo.org
- Monica Faggiani, "Alfonsina con la A"
È il 1924: Alfonsina Strada è la prima donna che gareggia al Giro d'Italia, una competizione esclusivamente maschile. Monica Faggiani racconta il coraggio e la tenacia di un'anti-eroina tostissima: “Alfonsina con la A - l’incredibile storia di Alfonsina Strada” è in scena venerdì 15 e sabato 16 marzo ad Alta Luce Teatro di Milano. Alfonsina Morini nasce in una famiglia poverissima nella campagna bolognese ed è seconda di dieci fratelli. È fine Ottocento e, fin da piccola, "la Fonsina" ha un sogno non comune per una ragazza: intraprendere la carriera sportiva. Contro la volontà dei genitori - ma supportata dal marito Luigi Strada - ce la fa. Nel 1911, a vent’anni, stabilisce il record mondiale di velocità femminile: 37 chilometri all'ora. Sei anni dopo (è il 1917) si iscrive al Giro di Lombardia. Dove arriva ultima. Ma Alfonsina è tosta e non si scoraggia. Partecipa, nel 1924, al Giro d’Italia: la sua bici pesa almeno 20 chili, e naturalmente, è priva di cambio. "La Fonsina" è la prima donna a essere ammessa a questa competizione durissima, ben 3.618 chilometri,12 tappe su strade bianche, tra polvere, buche e maltempo. All'ottava tappa cade, rompe il manubrio e lo aggiusta con una scopa. Esce dalla gara, ma è talmente popolare che il direttore della Gazzetta dello Sport decide di sponsorizzare la sua partecipazione per tutte le tappe successive pagando di tasca sua alloggio e massaggiatore. “Alfonsina con la A" è il racconto di una donna forte, coraggiosa e ostinata che - nella vita -voleva solo pedalare. E fuggire dalla povertà. Lo spettacolo Alfonsina con la A - L’incredibile storia di Alfonsina Strada di e con Monica Faggiani Dove AltaLuce Teatro, Alzaia Naviglio Grande, 190, Milano Quando Venerdì 15 e sabato 16 marzo Info e prenotazioni cell. 3487076093 alt@altaluceteatro.com
- Dimitri Patrizi, "L'Elleboro"
"Dio perché hai fatto tutto questo, guarda il tuo palcoscenico, guarda l’universo che hai creato!”. Due donne si ritrovano in un teatro vuoto allestito in un manicomio e osservano il mondo “fuori”: guerre, tradimenti, conflitti tra individui. Ma Isabella e Virginia non sono “matte”: sorrette da quell’amicizia che non ha vie di fuga (un figlio" bastardo", un cuore infranto e tutta la vita a rincorrere sogni) si raccontano guardando gli altri da un ponte ideale. Quello che le separa dal mondo libero. Virginia (la voce narrante), cantilena veneta e ingenuità, ricorda le popolane di Goldoni, il teatro dell’assurdo e molte (azzeccatissime) commedie di strada. Tenera e pungente, incarna la saggezza dei “pazzi”: gli unici che possono dire impunemente ciò che normalmente è proibito. O inopportuno. Isabella è il contraltare romanesco: punta dritto alla profondità, senza perifrasi e senza sconti. Perché i matti, che non conoscono le buone maniera, spesso conoscono la verità. Del resto i folli - i visionari - hanno un posto speciale nella letteratura di tutti i tempi: dall’Euripide all’Orlando furioso, da Don Chisciotte all’Amleto, da Eduardo Scarpetta con il suo ‘O miedico d’e pazze, a Pirandello con il Berretto a sonagli o Cosi e se vi pare. Troviamo un folle nella commedia di Edoardo de Filippo (Ditegli sempre di sì) e nel teatro dell’assurdo di Beckett, Jonesco e Jean Jenet. Anche la metafora della lanterna è un una citazione: rievoca Zarathustra, un altro "matto letterario" alla perenne caccia di risposte. E alla ricerca dell'esistenza di Dio. L’Elleboro invece è un richiamo alla mitologia classica: è la pianta che ridona il senno al figlio del re di Tirinto. Insomma, tutto si tiene nella "storia della santa Virginia e della fortunata Isabella". In questa versione lieve e auto-ironica dell'"elogio della follia" c'è un messaggio mai veramente passato di moda: chi può dirsi veramente esente dalla pazzia? E c'è un monito: non condannate, non demonizzate, non sottovalutate. Un giorno la follia potrebbe essere la vostra unica via di fuga. L'uscita di emergenza. Per questo, direbbe Alda Merini, in fondo anch'essa "merita i suoi applausi". L’Elleboro è scritto da Dimitri Patrizi. Elisabetta Borille e Giovanna Gagliardini sono accompagnate dalla chitarra di Roberto Sanvito. Giovanna Gagliardini è aiuto regia. Una produzione della Compagnia del Saramita.
- "La carta gialla" e la cura del riposo
Una donna, chiusa dal marito in una stanza per essere curata per un imprecisato malessere, è costretta a confrontarsi solo con la carta da parati gialla che fa da sfondo alla sua prigione. "La carta gialla" è un monologo di (e con) Lisa Gino: tratto dal libro della scrittrice, sociologa e femminista americana Charlotte Perkins Gilman, è scritto tra il 6 e il 7 luglio 1890, e pubblicato sul numero di gennaio 1892 del The New England Magazine. The Yellow Wallpaper punta il dito contro il dottor Silas Weir Mitchell, da lei consultato per una depressione post-partum: il medico era celebre per avere inventato la rest cure o cura del riposo. In seguito l'autrice gli manderà il romanzo, senza ottenere risposta. Due anni dopo, il dottore farà marcia indietro sulla sua ”cura”, anche a causa di alcuni casi di suicidio. Donne "deboli di nervi" L’isteria è descritta dai testi dell'800 come una malattia femminile che provoca "convulsioni, paralisi, ansia, depressione e mancamenti". La cura del riposo riscuote successo in quel periodo e viene applicata su donne epilettiche, depresse o, a volte, semplicemente sgradite alla famiglia. Pazienti che, se non erano pazze, trovano la scorciatoia per diventarlo: segregate in casa per mesi, a letto, isolate al buio, con l'assoluto divieto di leggere, scrivere e persino lavarsi. La protagonista del monologo La carta gialla è una donna costretta dal marito medico a vegetare: il premuroso dottore infatti le ha imposto la rest cure, che la tiene prigioniera in una stanza con la sola compagnia dei disegni che si ripetono all'infinito sulla vecchia carta da parati. Clinicamente è archiviata come isterica. Il termine isteria deriva dalla parola greca, hystéra, cioè utero. Ippocrate, padre della medicina occidentale, definisce l’utero la causa di tutte le malattie femminili: “un corpo asciutto e cavo, predisposto ad assorbire liquido, che espelle con il sangue mestruale. Per questo la donna avrebbe continuamente bisogno del coito, che ha la funzione di riequilibrarne l’umidità. Quando il bilanciamento viene meno, l’utero provoca, dolore, sensazione di soffocamento e di confusione mentale”. L’anticamera della follia, insomma. Streghe, monache, indesiderate La storia è disseminata di pregiudizi sulle donne considerate isteriche: misoginia, cultura patriarcale, un’idea primitiva della medicina e della psichiatria, hanno prodotto esperimenti (e danni incalcolabili) su mogli e figlie “diverse” o rifiutate. Descritte come capricciose, deboli, instabili, le donne "deboli di nervi" possono essere ribelli, violente o irriducibili: alcune, troppo seducenti, altre semplicemente “differenti”. Tutte sono considerate un pericolo per la società o per le famiglie che se ne vogliono liberare. La storia, del resto, è disseminata di donne bollate come streghe, rinchiuse in conventi e manicomi o - come in questo caso - sepolte vive in una stanza. Considerate proprietà dei loro uomini (accade ancora oggi in molte parti del pianeta), vittime di pregiudizi sociali, isolate per “non nuocere a se stesse”, oggetto di potere e di controllo, le donne “isteriche” hanno suscitato l’interesse di dottori e scrittori dell'800. Prive di protezione, spesso isolate dalla famiglia, senza sostentamento economico, vengono sottoposte a esperimenti clinici e discriminazioni di ogni genere. La carta gialla ci regala lo spaccato di una terapia - la cura del riposo - che non lascia spazio alla vita normale. Né al recupero dell’equilibrio. Gli esperimenti del dottor Mitchell A cavallo tra '800 e '900 molte pazienti vengono segregate in casa, a letto, isolate, al buio e prive di qualsiasi stimolo per mesi. Le più sfortunate, magari epilettiche o depresse, vengono confinate in manicomio, oppure sottoposte a trattamenti scellerati, come l’isterectomia o l’iniezione di varie sostanze nell’utero. La cura del riposo è un'invenzione del medico americano Silas Weir Mitchell e prevede "il controllo assoluto sulla paziente. Senza condizioni". Anche nel monologo La carta gialla il tutore è un medico: il marito John è l'insindacabile artefice del destino di una donna rinchiusa “per il suo bene". Dovrà seguire la terapia proposta dal dottor Mitchell: dura da sei settimane a due mesi, con facoltà di prolungare la cura. La paziente è confinata in camera da letto: “Inizialmente, e in alcuni casi per un periodo di quattro o cinque settimane, non permetto alla paziente di sedersi, di cucire o di leggere o scrivere, o di fare attivamente uso delle mani se non per pulirsi i denti". Nutrita da un'infermiera, la donna "debole di nervi" viene lavata con una spugna nelle parti intime e, solo in alcuni casi, può ascoltare brevi brani di un libro. Stimolata con massaggi e con l'elettroterapia, isolata dai figli, trattata con sonniferi, viene nutrita ogni due o tre ore. Mitchell è convinto che il sovrappeso sia un rimedio naturale contro il sovraffaticamento morale o psicologico: l'incremento di peso è associato all'aumento della quantità e al miglioramento della qualità del sangue. Indizio evidente di buona salute. Incapace di leggere, scrivere e pensare (e ingozzata come un’oca) la donna mantiene un'unica funzione vitale: essere abbastanza sana per riprodursi. "Utero vagabondo" e potere Nell’antichità si crede che certi disturbi siano dovuti a uno spostamento dell’utero nel corpo: il wandering womb o “grembo vagabondo”. I sapienti di tutte le epoche confermano l’intuizione: Ippocrate, per esempio, afferma che la migliore cura per l’isteria è il matrimonio. Dall’antico Egitto alla Grecia, attraverso il Medioevo e il Rinascimento (che processa e brucia donne che confessano sotto tortura di essere “streghe”) si arriva agli albori della psichiatria. La medicina di fine '800 e metà '900 si interessa molto alle “isteriche”: rispettabili dottori ne descrivono i sintomi, propongono cure fantasiose e trascinano pazienti instabili nelle aule universitarie esibendole come cavie ai loro studenti. Nella Parigi dell‘800, le “isteriche” si curano alla Salpetrière che - da ospedale - si trasforma in manicomio femminile. Qui nascono i primi esperimenti di ipnosi che rendono celebre il dottor Charcot. Le femministe d’inizio secolo, tra le quali Charlotte Perkins Gilman, pensano che molte diagnosi di isteria siano uno strumento per sancire l’inferiorità intellettuale, fisica e morale della donna. Ma, soprattutto, per rinchiuderla, controllarla e renderla dipendente dalla società maschile. Insomma, se le donne sono guidate dal loro utero, devono essere per forza instabili. E, senza un funzionale rapporto con un uomo, possono rischiare di perdere la ragione. Ci sono conseguenze individuali e sociali per la corrente di pensiero che vuole le donne in balia del loro utero. Definite "fatue, leggere, superficiali, emotive, passionali, impulsive, testarde, approssimative, inadatte alla logica", si vedono a lungo negati diritti sociali che oggi consideriamo acquisiti: una vita politica attiva, il lavoro, la carriera accademica e persino il voto. In Italia nel 1980 la nevrosi isterica viene eliminata dal Manuale dei disturbi mentali, ma il pregiudizio popolare secondo cui il "sesso debole" sarebbe vittima del proprio utero resta vivo: di una donna che sbrocca si dice ancora oggi che "sembra isterica". Al contrario, per le donne di successo è pronto lo stereotipo “sembra un uomo”. Il romanzo La carta gialla in Italia è edito da Feltrinelli, mentre a breve Mondadori preannuncia l'uscita di una nuova opera di Charlotte Perkins Gilman. Nel frattempo, chi ama le storie a sfondo storico-clinico può vedere su Raiplay il film Eliza Graves: basato su un racconto di Edgar Allan Poe, è la storia di un’affascinante (e sanissima) internata, di un giovane psichiatra che se ne innamora e dei confini imperscrutabili della follia.
- Colombo, Caravà: ah le donne!
Tre donne, tre storie, tre amori finiti male. Che cos’hanno in comune le protagoniste di Tre donne intorno al Domm, spettacolo in tre atti di (e con) Domitilla Colombo e Danilo Caravà? La risposta giusta è: Milano nel tempo. Ispirati dai milanesissimi Carlo Porta, Carlo Emilio Gadda e Giovanni Testori, Colombo e Caravà ritraggono tre donne antiche, ma “sempreverdi", nella loro relazione con un uomo. Tra il 1821 e il 1956 corre un secolo e mezzo: molta acqua è passata sotto il Naviglio, ma l’anima di tre donne innamorate (ma anche meschine o disperate) è decisamente contemporanea. Colombo e Caravà ritraggono tre prototipi femminili: in qualcuno di loro possiamo probabilmente riconoscerci. “Passami il catino”: la Ninetta di Carlo Porta. II 1814 è l’anno della sconfitta di Napoleone: al Verzee (il Verziere, colonna votiva costruita a fine ‘500 per scongiurare un’epidemia di peste, che si trova tra piazza Fontana e piazza Santo Stefano) si tiene come sempre il mercato di frutta, verdura e...prostitute. La Ninetta, innamorata di un balordo, racconta a un cliente come è finita in strada per ripianare i debiti dell’amato (e cinico) figlio del pasticcere: El Pepp. Porta descrive una Milano da poco liberata da Napoleone: è l’anno in cui si apre il Congresso di Vienna (e si chiude il sipario sull‘Europa austro-ungarica). Mentre il popolino vive nella povertà, al Verziere la vita scorre infame: prostitute da pochi soldi, sciatte e malandate come Nina, vendono amore a buon mercato per sbarcare il lunario. E cercano di scongiurare la sifilide. Sesso, amore, degrado e pruderie in salsa dialettale ornano questo bel testo: la versione in lingua italiana è stata censurata fino agli anni ’70. Una borghese piccola piccola: L’ Adalgisa di Carlo Emilio Gadda. Adalgisa Borella, vedova Biandronni esala inevitabilmente un profumo azzimato di inizio '900: Gadda descrive una milanese piccolo-borghese che avrebbe voluto essere una grande diva: cantante per vocazione, l'Adalgisa sceglie di prendere l’ascensore sociale sposando un benestante. È considerata dalle parenti (serpenti) immeritatamente privilegiata: tutte sparlano di lei ("che volete, sono vipere invidiose che mi vogliono male. Ah, se ci fosse ancora il "povero Carlo", le farebbe tacere quelle meschine!"). Ma, si sa, nella vita non si può avere tutto: così la povera vedova è tenacemente impegnata a difendersi dalle malelingue. E, incidentalmente, a difendere la memoria del defunto"quel benedetto Carlo, che l’amava molto". Ai margini, in via Mac Mahon: La Gilda di Giovanni Testori. Datato1959, è uno dei racconti del primo periodo letterario, dedicato alla Milano degli emarginati. La Gilda del Mac Mahon è pubblicato in una raccolta dal titolo I segreti di Milano, e contiene la storia della bella Gilda: un cuore tenero in un corpo provocante. Finita sulla strada vicino al Ponte della Ghisolfa, la Gilda ama senza riserve il nullafacente Gino Bonfanti in galera per debiti. E si vende per ripianarli. Ironia della sorte, mentre lo mantiene “come un signore“, scopre che il furfante ha messo incinta la moglie.
- La Pira, Malpezzi, Scorzillo in "Amiche"
Irlanda, anni 80. Sono tempi duri. Miseria, emigrazione, attentati degli indipendentisti. Incertezza. "Era il terzo allarme in una settimana. Eravamo veramente irritati. La paura si era fatta assuefazione. Eravamo irritati e basta. Uscimmo in fila indiana, immusoniti. Un vento tagliente che gelava il respiro. Così decisi di andare a bere qualcosa. Qualcosa di forte”. Edith e Helen si incontrano così, in un vecchio e fumoso pub di Dublino: “Ed eccomi allora a sorseggiare un whisky bollente, a guardarmi in giro e ad annusare quell'odore di chiuso e di lana calda, tipico dei pub delle nostre parti”. Diverse tra loro, le accomuna la passione per “Il grande Gatsby”, di Francis Scott Fitzgerald. Edith e Helen sono colleghe d'ufficio. Ma "fuori" è un'altra cosa: lì tra i tavoli di legno e l'odore di chiuso e di stantio, è possibile scandagliare l'anima senza vergogna. Un po' di alcol per dare coraggio. Quello è il posto giusto per aprire il libro del passato, affrontare le confidenze più intime e azzardare, con cautela, qualche progetto per il futuro. Insomma si condivide la vita. Che non è altro che il racconto soggettivo del tempo che passa. Legato con un filo alla speranza. Amore, maternità, matrimonio, genitori, piccole trasgressioni, ricordi, rimpianti: storie del passato diventano l'occasione per osservare il mondo con occhi diversi. Quelli dell'altra, così differente, ma così affine. Si fa strada l'idea che capire - alla fine - significa accettare. Al di là di ogni ragionevole dubbio. L'amicizia tra Edith e Helen fa progressi, si fa profonda, intima e complice nelle difficoltà. La timida e cattolica Edith vive di dubbi e di tormenti: porta dentro di sé i segni di un'infanzia austera e di una famiglia severa che le ha tarpato le ali. È viva quanto basta per andare avanti. Ma Helen no, lei non vuole condurre un'esistenza mediocre: è pronta a dispiegare le ali per lasciarsi alle spalle un passato meschino, fatto di miseria, routine e matrimonio senza slanci. Volitiva e protettiva, Helen sembra conoscere la strada. E cerca un'anima gemella per cambiare tutto. Il dialogo tra le amiche è serrato, il testo è intenso. Con il mutare degli stati d'animo, cambiano gli abiti e le scene, ritmate dallo spegnersi delle luci che scandiscono momenti e luoghi diversi del racconto. Mentre Edith e Helen si confrontano, lasciano aperte domande mai banali: che cos’è la vera amicizia? Quali ingredienti la rendono viva e sincera? Quali aspettative tengono incollate le persone al sentimento più disinteressato e nobile che esista? L'amicizia, si intuisce, è un sentimento reciproco che richiede lo stesso impegno dell'amore. E come quello, è a rischio fallimento. Lo spettacolo Amiche Con Daniela La Pira Chiara Malpezzi Testo e regia Sergio Scorzillo
- Seminari Teatrali Bellunesi Estate
Dal 7 luglio al 18 agosto 2024 c'è la terza edizione dei Seminari Teatrali Bellunesi. Ogni settimana nuovi docenti per approfondire diversi aspetti della recitazione teatrale. Ecco il programma: Alessandra Sarno e Giorgio Centamore: Improvvisazione teatrale e comicità (7-14 luglio); Monica Faggiani: In viaggio verso il personaggio (14-21 luglio); Giulia D'Imperio e Enrico Ballardini: L'attore urgente: nascita e costruzione di uno spettacolo (21-28 luglio); Maria Carolina Nardino: Il teatro popolare (28 luglio- 4 agosto); Rossella Raimondi: Il corpo narrante (4 - 11 agosto); Maria Cristina Marsale e Evarossella Biolo: Dizione e narrazione (11-18 agosto); Info: koine.loft@gmail.com.
- Masala, "Viaggio in Sardegna"
“Secondo la leggenda, pare che Dio - dopo aver creato il continente - avendo nella bisaccia dei massi e un po’ di terra, abbia gettato tutto in mezzo al mare per poi calpestare quell’informe impasto con un piede". Quell'impasto è un'isola. Viaggio in Sardegna, di (e con) Stefania Masala, è un monologo in sette parti. Racconta la storia di una ragazza piena di sogni che - a 19 anni - fugge da Sassari perché l'isola le sta stretta. Lascia i genitori, gli amici dell'infanzia e la cultura un po' chiusa della sua gente: "Io ho abbandonato la Sardegna. Sono scappata per non restarne prigioniera. Lei però non ha abbandonato me. Ero soffocata dalla mitologia sarda, dal senso di frustrazione di chi cerca di farsi amare colmando di doni il visitatore saltuario, sperando con l’accogliere di essere accolto". Ma sul continente, prima desiderato e poi conquistato, si ritrova sola. E, in terra straniera cresce il rimpianto: “Direi più una solitudine dello smarrimento: quell’essere in un luogo non volendoci stare e volerci stare quando si è già lontani". La terra in comune Nuraghi incastrati tra le rocce, sferzati dai venti millenari, fanno da sfondo silenzioso a una comunità racchiusa in se stessa, dove i terreni non hanno storicamente un confine. Poi, con l'Editto delle chiudende del 1820, il re Vittorio Emanuele autorizza "qualunque proprietario a liberamente chiudere di siepe, o di muro, vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana o d'abbeveratoio". La scomparsa della proprietà collettiva lascia spazio a un'improvvisata colonizzazione: "Gente che prende e non lascia niente. Tanche chiuse con muro, fatte all’arraffa arraffa, se il cielo fosse in terra, avrebbero recintato pure quello" (tancas serradas a muru s’afferra, afferra, si su chelu fit in terra, l’haian serradu puru). Le proprietà di pastori troppo poveri (e troppo ignoranti) per difendere la propria identità, passano di mano per due soldi. La gente chiusa Duri come rocce, chiusi come ricci: è così che gli isolani sopravvivono alle ingiurie del tempo. Il Viaggio descrive l’orgoglio degli uomini sardi e la bellezza delle sue donne avvolte nei costumi tradizionali: gente ruvida, unita da lingua difficile e un po' ostile persino ai bambini che amano avventurarsi nei discorsi degli adulti. Quando Masala torna a Sassari, all'aeroporto l'accoglie il padre porgendole la mano. Non è certo il trasporto che si riserva al figliol prodigo: “Ma come, babbo, dopo tanto tempo nemmeno un abbraccio?”. "Dopo tanta distanza fisica bisogna ristabilire una vicinanza spirituale, sennò l’abbraccio è un abbraccio vuoto”. L'incanto dei letterati Viaggio in Sardegna è un itinerario dello spirito che trova nei racconti di scrittori di fama mondiale le ragioni del fascino arcaico e misterioso dell'isola. A partire dall'800 ne parlano Robert Tennant, Eugene Roissard de Bellet, Antoine Valery, Gabriele d’Annunzio, Edoardo Scarfoglio, Cesare Pascarella, Virgilio Lilli, Elio Vittorini. E, soprattutto, David Lawrence, con il suo Mare e Sardegna: “Sono divertenti queste ragazze, donne e contadine: così vivaci e spavalde. Le loro schiene sono dritte come piccoli muri e le sopracciglia decise e ben disegnate. Stanno sul chi vive in modo divertente. Come uccelli vivaci e svegli, sfrecciano per le strade, e ti rendi conto che ti darebbero un colpo in testa con la stessa facilità con cui ti guarderebbero. La tenerezza, grazie al cielo, non sembra essere una qualità sarda. Queste donne devono badare a se stesse, tenere la schiena dritta e i pugni duri”. Lo spettacolo Viaggio in Sardegna debutta a Londra nel 2021 e, in seguito, vince il premio Remigio Paone di Formia. Stefania Masala ha studiato con Cristiano Censi, Isabella del Bianco e Giancarlo Sepe; ha recitato con Giorgio Albertazzi e collaborato con Dario Fo, Uto Ughi, Anna Proclemer, Maurizio Scaparro, Antonio Calenda, Daniele Salvo e Patrick Rossi Gastaldi. È anche autrice e chitarrista. Lo spettacolo Viaggio in Sardegna Musiche Cristiano Porqueddu Alla chitarra Giovanni Martinelli Regia Patrick Rossi Castaldi
- Luca Mammoli a Reggio Emilia
Il mondo è un palcoscenico sul quale recitiamo la nostra parte. Ma è anche un grande gioco in cui sfidiamo il destino, mostriamo le nostre abilità, vinciamo, perdiamo, bariamo. E se potessimo ripartire dal via? Avere un’altra vita per giocare ancora il mondo? Dieci modi per morire felici è uno spettacolo-gioco in cui dieci spettatori hanno la possibilità di sperimentare una nuova vita, dalla nascita alla morte, compiendo scelte che influenzano l’andamento della serata. Con un solo obiettivo: morire felici. Come fare? Sopravvivere da soli o unirsi agli altri? Scommettere e forse perdere tutto o essere parsimoniosi? Rispettare la legge o abbandonarsi all’illegalità? Affidarsi al destino - impersonato dal resto del pubblico - oppure al calcolo? Assecondare i propri istinti o lottare contro di essi? Una serata di teatro per vivere un’altra vita. Un'esistenza diversa tra gioco e spettacolo per riflettere sulle regole che ci fanno stare al mondo. E sul senso della (nostra) vita. Lo spettacolo "Dieci modi per morire felici" Dove Reggio Emilia, Teatro Cavallerizza, Viale Antonio Allegri, 8/a Quando 16 e 17 aprile 2024 A che ora 20.30 Ideazione e regia Emanuele Aldrovandi Con Luca Mammoli Drammaturgia Emanuele Aldrovandi e Jacopo Giacomoni












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