103 risultati trovati con una ricerca vuota
- Anzani
La nostra Laura Anzani ha recitato in Here After - L'Aldilà, nel ruolo della Nurse Giulia. Dopo essere sopravvissuta miracolosamente a un'esperienza di pre-morte, Robin (Freya Hannan-Mills), una talentuosa pianista e figlia adolescente di Claire (Connie Britton), comincia a manifestare comportamenti sempre più inquietanti e pericolosi. Preoccupata per la figlia, Claire si trova a dover riaffrontare un segreto nascosto per molto tempo, frutto di una dolorosa esperienza che ha segnato il passato suo e di Robin. Il film Here After - L'Aldilà , diretto da Robert Salerno , è distribuito da Eagle Pictures e in uscita nelle sale italiane giovedì 25 luglio.
- Gatti
In una notte di mezza estate... arriva "Suspiria" al Castello Sforzesco 12 luglio 2024 ore 21... «Milano, 1845 Tre sono i Dolori come tre le Grazie, le Parche e le Furie: Mater Sospirorum, Mater Lachrymarum e Mater Tenebrarum. Esse regnano sul mondo.» - Thomas De Quincey - La Compagnia che ha riportato in Italia l'antico teatro dell'orrore e della cronaca nera, arriva al Castello Sforzesco per farvi rivivere la misteriosa notte che ha ispirato uno dei più grandi capolavori della storia del cinema horror e ci sarà anche la nostra RACHELE GATTI !
- Brugnola - Ballardini - Beillard 7notti
Sotto gli occhi dello spettatore si raccontano “7 Notti” della storia d’amore di una coppia. Sette notti che coprono dodici anni di relazione e forse anche di più, tra gli alti e i bassi che ogni storia incontra nel suo svolgersi. Un racconto leggero e brillante anche quando affronta le tematiche della solitudine, dell’incomunicabilità, della gelosia e della fatica di conciliare i propri desideri con i sogni dell’altro. Rinunce e successi che portano a un finale inaspettato. Il tutto recitato su un palco con pochi elementi scenografici ma su cui campeggia una grande altalena che è letto, muro, ponte, equilibrismo, per raccontare questa storia in cui si ride molto, certo, ma si provano anche sentimenti di empatia e complicità, verso questi personaggi che alla fin fine ci assomigliano molto. Gli attori, Cinzia Brugnola ed Enrico Ballardini hanno dimostrato una grande sintonia nel mettere in scena l’evoluzione di questa coppia, interpretando magistralmente tutti i colori emotivi della drammaturgia, scritta da Silvia Beillard, la quale ne cura anche la regia. Tra l’onirico e il realistico – grazie anche alle bellissime musiche scritte e suonate al pianoforte di Fabrizio Rabbolini -“7 Notti” è un viaggio in tutte le sfaccettature dell’amore, che lascia un sorriso e una riflessione quando si lascia il teatro. Il pubblico ha risposto caldamente, nelle due serate che sono andate esaurite presso Alta Luce Teatro (https://www.altaluceteatro.com/); uno scrosciare di applausi ha salutato gli artisti che ritroveremo in scena nella prossima stagione, tenete d’occhio la programmazione milanese per andarli a vedere. Ne vale davvero la pena! di Roberto Dall’Acqua foto di Roberto Longoni
- Maria Callas vista da Escobar
Se le avversità rafforzano lo spirito, si può dire che Maria Callas si sia allenata fin dal primo vagito. Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos nasce a Manhattan ai primi di dicembre del 1923. La data è incerta poiché sua madre, Evangelia "Litsa" Dimitriadou, quando scopre di aver dato alla luce una femmina, anziché un maschio, per qualche giorno si rifiuta di vederla. E, addirittura, si rifiuta di darle un nome. “Sono tornata a voi per raccontare la mia vita”: il monologo Maria Callas, scritto e diretto da Valentina Escobar e interpretato da Cristina Castigliola, è la travagliata storia della Divina. Un testo scritto con il contributo della signora Giovanna Lomazzi, storica amica e preziosa collaboratrice di Maria Callas che ha condiviso i suoi ricordi artistici e umani sulla grande soprano e attrice. La famiglia Kalogeropoulos (trasformata in Kalos per comodità) è emigrata a New York, dove il padre Georgios gestisce una farmacia. Quando il matrimonio dei genitori va in pezzi, l'adolescente Maria segue la madre e torna in Grecia. È il 1937 e, ad Atene, prende lezioni di piano al Conservatorio. Ha una grande estensione della voce, un talento naturale: per questo la madre la tiene sotto pressione: la sua ragazza farà fortuna. La piccola Callas studia pianoforte e si applica moltissimo. Eppure nonostante i suoi sforzi, in quegli anni per lei non si aprono spiragli: il vento del destino si sa, non soffia sempre dalla parte del cuore. Per questo, a metà degli anni Quaranta, Maria fa ancora una volta le valigie e torna in America, la sua terra natale. Sarà l'incontro con il tenore Giovanni Zenatello a cambiare per sempre la sua vita: le propone un contratto per interpretare La Gioconda di Amilcare Ponchielli all’Arena di Verona. L'Arena è un sogno, una magia. Maria, ovviamente, accetta. Di corsa. Il suo rientro in Italia comincia sotto una cattiva stella: a Napoli le rubano l'unica valigia con cui viaggia. È il 1947, Maria ha 23 anni, un naso importante, un fisico snello (è alta 1,71 cm) ed è determinata a sfondare. Non importa a quale prezzo. A Verona in scena ci va lo stesso, anche se può contare su quell'unico vestito. Nessuno al mondo le impedirà di cantare. Più tardi dirà “l'opera è un campo di battaglia e come tale deve essere accettata”. Il suo primo amore lo incontra proprio lì, nella città di Romeo e Giulietta: è l’imprenditore Giovanni Battista Meneghini, più vecchio di lei di 28 anni. I due si sposano nel 1950 nell'abitazione milanese di Arturo Toscanini, e Meneghini diventa il suo mentore e manager: sarà decisivo per il suo successo, ma non ricambierà mai il suo amore. In quegli anni Maria Callas canta opere di Donizetti, Bellini, Rossini, Verdi, Puccini e Wagner. È diretta da Toscanini, Visconti e Von Karaian. Nel 1951 debutta alla Scala con I Vespri Siciliani di Verdi e, per un decennio, si stabilisce a Milano. La Scala è il suo punto d'arrivo. Negli anni Cinquanta e Sessanta tutto sembra possibile: il boom economico genera ottimismo, l’America diventa la terra promessa e la nazione si divide tra gli appassionati di Coppi/Bartali, Primo Carnera/Duilio Loi e, naturalmente, di Maria Callas/Mirella Freni. I rotocalchi celebrano generosamente le dive del loro tempo: le star portano cappelli a falda larga, sono bellissime, inaccessibili e frequentano volentieri le piazzette di Saint Tropez, Portofino e Capri. Ed è proprio sull’isola napoletana che, nell’estate del 1959, Maria incontra l’armatore Aristotele Onassis. A bordo dello yacht Christina, per la cronaca, c’e anche Winston Churchill, insieme a un parterre di volti noti della politica e dello spettacolo. La Callas si innamora perdutamente e, per il miliardario, abbandona tutto: il palcoscenico, la musica e il marito manager. Vivranno insieme a Skorpios, l’isola di proprietà del magnate greco. Ma la passione di Maria non è pienamente ricambiata: Onassis la tradisce ripetutamente e, nel 1968, la ferisce a morte sposando Jackie Kennedy. Aristotele, in effetti, non ha mai voluto sposare la Divina. Un dolore dal quale non si riprenderà più. Che strano destino quello di Maria Callas: gli uomini che le fanno battere forte il cuore la usano. E l'unico che le vuole davvero bene, Pier Paolo Pasolini, non potrà mai amarla. I due si conoscono nel 1969 sul set di Medea, dove lui l'ha fortemente voluta. Lei si invaghisce, gli scrive lettere appassionate, ma non viene (ovviamente) ricambiata. Per tutta la vita la Divina cercherà - senza trovarla - la famiglia dei suoi sogni. L'ultimo concerto della soprano più famosa del mondo è al Covent Garden di Londra, il 5 luglio del 1965: in sala c’e anche la regina madre Elisabetta. Muore sola, a Parigi, il 16 settembre 1977. Ha appena 53 anni.
- Carlo Della Santa, "Fiumi"
Un’avventura alle soglie dell'esame di maturità. Un amore in erba. Un padre padrone. E una bottiglia nascosta nella “villa del polacco”. Ha debuttato ieri a Milano Fiumi, di (e con) Carlo Della Santa: un racconto sui sogni dell'adolescenza, sugli amori acerbi e sul senso della vita. I diciottenni Ciaccia, Hemingway e Tommy sono determinati a vivere una storia molto speciale prima che i loro destini si separino: recuperare una bottiglia nella cappelletta sconsacrata di una casa disabitata. Entrare nella "villa del polacco"- protetta dai rovi e incastonata tra le dune di un fiume - sembra un'avventura perfetta. Incuranti degli ammonimenti di un vecchio barcaiolo, si apprestano a vivere un'esperienza indimenticabile. Del resto, a 18 anni, a che servono i consigli di un vecchio? E così, un po' per noia e un po' per passione, i “tre uomini in barca” partono. E, durante il tragitto, si raccontano: il sesso agli esordi, l'idea di andarsene lontano a cercare fortuna, il posto fisso caldeggiato dai genitori, la voglia di essere liberi. Il futuro è - a dir poco - un progetto. E la speranza non ha ancora subìto le ingiurie del tempo: tra sogni, ricordi e l’ombra di un padre poco permissivo, si snoda il viaggio verso la casa misteriosa. Che, si dice, ospiti ancora riti satanici. Pagaiando e esplorando, la bottiglia diventa il santo Graal, l’avventura un girone dantesco e il viaggio la scoperta di sé. Il monologo è ricco di battute tra il Ciaccia (un tipo maldestro che proprio non ci sa fare con le mani), Hemingway (che sposa la passione letteraria e l'amore per il fiume con un destino maledetto) e Tommy, la voce narrante. Il fiume si rivela così la metafora della vita: placido o irrequieto, si snoda tra le anse e le secche di un percorso antico, mentre gli alberi affondano le radici sulle sponde regalando stabilità e protezione. Il suo destino è segnato: arriverà al mare. Come in ogni viaggio che si rispetti, piano piano il traguardo lascia spazio al percorso: i tre amici riusciranno a entrare nella misteriosa casa protetta dal buio che ne delinea a malapena i contorni. Troveranno la loro bottiglia e brinderanno ai giorni spensierati e ai tempi felici. E, al ritorno, non saranno più gli stessi. Fiumi è una metafora sulla vita e un inno all’ambiente che ci circonda: parla di amicizia, di ecologia, di scelte e di destino. Ed è un omaggio a due classici del cinema hollywoodiano: Stand by me di Rob Rainer (la storia di tre dodicenni in cerca di un fantomatico cadavere lungo i binari della ferrovia) e Fandango di Kevin Reynolds, con un giovanissimo Kevin Costner che intraprende un folle viaggio nel canyon americano prima di partire per il Vietnam. Anche in Fandango alla fine gli amici stapperanno una bottiglia: "A tutti noi per Dio! A noi, a Dom (Perignon) e ai privilegi della gioventù! A quello che siamo e a quello che eravamo.... E a quello che saremo”. Perché, in fondo, è il viaggio che dà il senso alla meta. Ed è l'amicizia che lo rende speciale. Ma la vita dei tre amici del fiume non si snoderà come avevano previsto: Hemingway sceglierà di fermarsi lì diventando tutt’uno con la natura e ricalcando la tragica fine del suo autore preferito. Tommy non sposerà Valentina, né diventerà un militare con il posto fisso, come voleva suo padre. E anche al Ciaccia il destino riserverà alcune sorprese. In questo bel lavoro di Carlo Della Santa si raccontano i temi dell’amicizia, dell’avventura, della ricerca di sé, della natura da salvare, della gioventù spensierata e di un futuro tutto da scrivere. Anche i tre liceali, come il fiume, arriveranno alla foce. Dovranno solo scegliere come.
- Voltan, "Sylvia P. 1932 - 1963"
Un padre prepotente. Un marito infedele (il poeta Ted Hughes). Due figli che la tengono ancorata al quotidiano. Antonella Voltan mette in scena il monologo Sylvia P 1932-1963: un racconto delicato sulla vita di Sylvia Plath, poetessa americana talentuosa. E inguaribilmente infelice. Nata a Boston da una famiglia di lingua tedesca, Sylvia è considerata un mito dalle femministe. E i miti, si sa, muoiono giovani: il 1963 è l'anno in cui viene assassinato John F. Kennedy, esce il primo album dei Beatles e Martin Luther King annuncia al mondo di "avere un sogno". Per Sylvia Plath invece è l'anno in cui i suoi sogni si infrangono: a soli 30 anni sigilla le finestre della cucina e infila la testa nel forno a gas. Ha lasciato sul tavolo pane, burro e due tazze di latte per i bambini. Figlia di Otto Emil Plath, professore di college arrivato in America a sedici anni e stimato entomologo impegnato nello studio delle api, Sylvia ha una vera e propria ossessione per la perfezione della scrittura. E per i maschi della sua vita: "Padre mi vedi? Ich bin die Bienenkönigin. Sono la tua ape regina.“ Ma l'alveare è silenzioso. Sua madre Aurelia Schober - una delle studentesse di Otto - non smette di chiederle di diventare "migliore”. Migliore di chi? Eppure Sylvia è stata una bambina prodigio: a 8 anni ha pubblicato la sua prima poesia; ha partecipato (e vinto) concorsi letterari; ha venduto una poesia e un racconto mentre era al liceo; ha vinto il concorso di narrativa della rivista Mademoiselle nel 1952 e ottenuto una borsa di studio allo Smith College, dove si è laureata con il massimo dei voti. "Parlo con Dio, ma il cielo è vuoto": Sylvia insegue il suo sogno a dispetto del suo destino. Il monologo Sylvia P 1932-1963 - per la regia di Lara Franceschetti - dà voce alla vita interiore di una donna sensibile destinata alla follia: "Non c'è via d'uscita dalla mente?". No non c'è. Nel 1982 Sylvia Plath è la prima poetessa a vincere, dopo la morte, il Premio Pulitzer per la poesia, con The Collected Poems: “Sono sempre stata e mi son sempre sentita come un libro aperto, circondato da analfabeti”. La vita dell'americana che riposa in Gran Bretagna ricalca quella di innumerevoli letterati che hanno scelto di andarsene: da Ernest Hemingway ad Arthur Kostler, da Pierre Drieu La Rochelle a Primo Levi, da Vladimir Majakowskij a Emilio Salgari, da David Foster Wallace a Rainer Maria Rilke da Cesare Pavese a Yukio Mishima, da Walter Benjamin a Jack London, solo per citarne alcuni. "Volevo essere mito. Io non volevo stare: volevo essere! Dando corpo alla spinta che da dentro mi chiedeva perentoria di uscire e diventar voce. Unica, irripetibile. La mia voce. Proiettile che si conficca in un cuore e vi rimane per sempre”. L'interpretazione di Antonella Voltan è intensa e lieve. La regia è a cura di Lara Franceschetti: "Questa è la mia storia - dice Sylvia- la storia di una fame inestinguibile. La storia di una vela fatta per il mare, incapace di prendere il largo, incagliata sul fondo della sua fragilità. Essere vento e voler farsi scoglio. Questa è la storia di un corto circuito. Schiaccio i chicchi tra i denti, la polpa asprigna si frantuma. Non li ho contati. O forse sì". Due donne scavano nell'anima di una donna che voleva entrare nell'olimpo dei grandi. Ora sappiamo che ci è riuscita.
- Visto per voi: "Tre donne alte"
Tre donne, tre epoche diverse della vita. Tre caratteri ben distinti che, nel secondo atto, si rivelano essere la stessa persona vista in differenti età della sua esistenza.Tre donne alte, dell’americano tre volte premio Pulitzer Edward Albee, è in scena all’Elfo di Milano fino al 3 marzo. Una signora sul viale del tramonto racconta i suoi ultimi 92 anni. Le sue confidenze in punto di morte sono dirette a due donne che la accudiscono: una cinquantenne disillusa (e con lingua tagliente) e una venticinquenne eclettica e arrogante. Senza illusioni e senza orpelli sentimentali, l'anziana racconta un presente grigio, puntellato da incontinenza e degenerazione della memoria. E che dire del passato? Infedeltà, lutti (la perdita del marito e degli amici più cari), sconfitte e delusioni scandiscono un tempo incerto simile a una corsa a ostacoli. Ma allora, alla fine, che cos'è la vita? Il bilancio è "no frills" e la sopravvivenza prevede una buona dose di ironia e di sarcasmo. Lo spettacolo Tre donne alte Di Edward Albee Regia di Ferdinando Bruni Con Ida Marinelli Elena Ghiaurov Denise Brambillasca Stephan HabanDove Dove Teatro Elfo Puccini Corso Buenos Aires 33 Milano Quando Domenica 25 febbraio ore 16.30 Martedi 27 febbraio ore 21.00 Mercoledi 28 febbraio e giovedi 29 ore 20
- Visto per voi: "Sempre fiori, mai un fioraio"
Fino al 24 marzo all'Elfo c'è "Sempre fiori, mai un fioraio", delizioso omaggio a Paolo Poli, protagonista di un teatro d'altri tempi. Tratto dall'omonimo libro edito da Rizzoli, l'attore e regista si confessa all'amico trentennale Pino Strabioli: a pranzo per due anni a Roma, sempre nello stesso ristorante di piazza Sforza Cesarini. Sempre a mezzogiorno, "l'ora in cui gli attori dormono". Poli - classe 1929 - racconta la sua infanzia, quando le signore per bene non potevano lavorare per il cinematografo e lo zio "tassinaro" andava a prendere le donne alle case di tolleranza per portarle a fare da comparsa in un film sulla Divina Commedia. Ricorda quando, nel 1938, in Italia arrivano due star: Biancaneve (prima edizione) e Hitler. Paolo "Balilla" Poli va come tutti ad accoglierlo a Firenze con una bandierina in mano. Altri tempi. Gentile, colto e delicato, l'artista conversa amabilmente su Madame Bovary (che inizia col matrimonio e finisce con l’arsenico); su Michelangelo (che sullo sfondo del dipinto "Tondo Doni" mette uomini nudi); sulle sante che pisciano sul rogo; sui papi morti ammazzati; sulle cene alcoliche a casa Fellini e sulle avventure galanti del Mago Zurlì. Altri mondi. La pièce ci restituisce l'epica di un teatro realizzato alla vecchia maniera, quando in scena lo sfondo si fa con le tele dipinte, il cielo è di carta e le parrucche sono di lana. Il dialogo spazia, con un pizzico di ironia, tra i fasti dello spettacolo, la vita quotidiana, la letteratura, l'arte, la poesia e la storia di un secolo irripetibile: il Novecento. Tra fettuccine con i carciofi, mezza di rosso e un caffè (che "fa bene ai capezzoli") si snoda un pezzo importante della storia del teatro, visto con gli occhi di un raffinato capocomico che, nella sua lunga carriera, diventerà Il Maestro. Lo spettacolo "Sempre fiori, mai un fioraio" Con Pino Strabioli e Marcello Fiorini alla fisarmonica Dove Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano Quando Fino al 24 marzo A che ora Mercoledì 19.30 Giovedì 19.30 Venerdì 21.00 Sabato 19.30 Domenica 15.30 Produzione Alt Academy Info e biglietteria: www.elfo.org
- Visto per voi: "Giorni felici"
Come si fa a essere felici quando si è prigionieri di un matrimonio finito? E, ancora di più, come si fa a essere felici se si è sepolti fino al collo sotto un mucchio di terra? “Giorni felici”, di Samuel Beckett, è un'opera surreale in scena all’Elfo di Milano fino al 21 aprile. Protagonista è una strana coppia, divisa da un matrimonio senza amore e unita dall'impossibilità di muoversi. Winnie e Willie, due coniugi spenti (come tanti) vivono in una condizione molto particolare: sono incastrati in un mucchio di terra. Lei è conficcata fino alla vita in un cumulo di terreno, lui è confinato in un buco e si sposta solo strisciando. I due atti dello spettacolo mostrano due scenari diversissimi. Nel primo, Winnie è ben vestita, truccata e pettinata: si muove allegra sfoggiando un ombrellino e una grande borsa nera: “sulla cinquantina, ben conservata, preferibilmente bionda, braccia e spalle nude, corpetto scollato, seno generoso e giro di perle”: cosi Beckett disegna la protagonista. La routine quotidiana di Winnie ci trasmette sicurezza e banale serenità. L’annoiato marito Willie la sopporta, nascondendosi dietro il giornale e rispondendole a monosillabi. Ma, nel secondo atto, cambia tutto. Winnie è bloccata e non può distrarsi passeggiando qua e là. E, per guardare il marito, deve voltarsi di 180 gradi. Come sempre, lui resta chiuso nel suo mondo. "Giorni felici" sembrerebbe l’insipida storia quotidiana di una coppia qualunque. Ma quel mucchietto di terra fa la differenza, stressando la loro condizione al limite del sopportabile. Eppure, mentre il racconto si fa ogni istante più assurdo, Winnie sembra non farci caso: parla, canticchia e si impegna ad affrontare “un altro giorno divino”. Sopravviverà la coppia che non sapeva amare (e non poteva muoversi)? Il drammaturgo irlandese racconta un'incapacità di comunicare così grande, da rischiare di ridurci a cibo per i vermi. Beckett, ha scritto tempo fa un critico teatrale, ha realizzato quello che sembrava impossibile: "un'opera in cui non succede nulla, ma che tiene incollati gli spettatori ai loro posti". Elena Russo Arman è Winnie, una milf borghese un po' démodé, mentre Roberto Dibitonto è il suo svogliato marito. La bella regia è di Francesco Frongia. Lo spettacolo "Giorni felici" Dove Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano Quando Fino al 21 aprile Orari variabili consultare il sito: www.elfo.org/spettacoli/2023-2024/giorni-felici.htm?gad_source=1&gclid=CjwKCAjwh4-wBhB3EiwAeJsppHLBVllUQXJmAgYUKikus3Ukf9uDNqoZm3ZLM0urDe-ygDKYKBWc3BoCerMQAvD_BwE Tel. 02.00.66.06.06 biglietteria@elfo.org
- Monica Faggiani, "Alfonsina con la A"
È il 1924: Alfonsina Strada è la prima donna che gareggia al Giro d'Italia, una competizione esclusivamente maschile. Monica Faggiani racconta il coraggio e la tenacia di un'anti-eroina tostissima: “Alfonsina con la A - l’incredibile storia di Alfonsina Strada” è in scena venerdì 15 e sabato 16 marzo ad Alta Luce Teatro di Milano. Alfonsina Morini nasce in una famiglia poverissima nella campagna bolognese ed è seconda di dieci fratelli. È fine Ottocento e, fin da piccola, "la Fonsina" ha un sogno non comune per una ragazza: intraprendere la carriera sportiva. Contro la volontà dei genitori - ma supportata dal marito Luigi Strada - ce la fa. Nel 1911, a vent’anni, stabilisce il record mondiale di velocità femminile: 37 chilometri all'ora. Sei anni dopo (è il 1917) si iscrive al Giro di Lombardia. Dove arriva ultima. Ma Alfonsina è tosta e non si scoraggia. Partecipa, nel 1924, al Giro d’Italia: la sua bici pesa almeno 20 chili, e naturalmente, è priva di cambio. "La Fonsina" è la prima donna a essere ammessa a questa competizione durissima, ben 3.618 chilometri,12 tappe su strade bianche, tra polvere, buche e maltempo. All'ottava tappa cade, rompe il manubrio e lo aggiusta con una scopa. Esce dalla gara, ma è talmente popolare che il direttore della Gazzetta dello Sport decide di sponsorizzare la sua partecipazione per tutte le tappe successive pagando di tasca sua alloggio e massaggiatore. “Alfonsina con la A" è il racconto di una donna forte, coraggiosa e ostinata che - nella vita -voleva solo pedalare. E fuggire dalla povertà. Lo spettacolo Alfonsina con la A - L’incredibile storia di Alfonsina Strada di e con Monica Faggiani Dove AltaLuce Teatro, Alzaia Naviglio Grande, 190, Milano Quando Venerdì 15 e sabato 16 marzo Info e prenotazioni cell. 3487076093 alt@altaluceteatro.com
- Dimitri Patrizi, "L'Elleboro"
"Dio perché hai fatto tutto questo, guarda il tuo palcoscenico, guarda l’universo che hai creato!”. Due donne si ritrovano in un teatro vuoto allestito in un manicomio e osservano il mondo “fuori”: guerre, tradimenti, conflitti tra individui. Ma Isabella e Virginia non sono “matte”: sorrette da quell’amicizia che non ha vie di fuga (un figlio" bastardo", un cuore infranto e tutta la vita a rincorrere sogni) si raccontano guardando gli altri da un ponte ideale. Quello che le separa dal mondo libero. Virginia (la voce narrante), cantilena veneta e ingenuità, ricorda le popolane di Goldoni, il teatro dell’assurdo e molte (azzeccatissime) commedie di strada. Tenera e pungente, incarna la saggezza dei “pazzi”: gli unici che possono dire impunemente ciò che normalmente è proibito. O inopportuno. Isabella è il contraltare romanesco: punta dritto alla profondità, senza perifrasi e senza sconti. Perché i matti, che non conoscono le buone maniera, spesso conoscono la verità. Del resto i folli - i visionari - hanno un posto speciale nella letteratura di tutti i tempi: dall’Euripide all’Orlando furioso, da Don Chisciotte all’Amleto, da Eduardo Scarpetta con il suo ‘O miedico d’e pazze, a Pirandello con il Berretto a sonagli o Cosi e se vi pare. Troviamo un folle nella commedia di Edoardo de Filippo (Ditegli sempre di sì) e nel teatro dell’assurdo di Beckett, Jonesco e Jean Jenet. Anche la metafora della lanterna è un una citazione: rievoca Zarathustra, un altro "matto letterario" alla perenne caccia di risposte. E alla ricerca dell'esistenza di Dio. L’Elleboro invece è un richiamo alla mitologia classica: è la pianta che ridona il senno al figlio del re di Tirinto. Insomma, tutto si tiene nella "storia della santa Virginia e della fortunata Isabella". In questa versione lieve e auto-ironica dell'"elogio della follia" c'è un messaggio mai veramente passato di moda: chi può dirsi veramente esente dalla pazzia? E c'è un monito: non condannate, non demonizzate, non sottovalutate. Un giorno la follia potrebbe essere la vostra unica via di fuga. L'uscita di emergenza. Per questo, direbbe Alda Merini, in fondo anch'essa "merita i suoi applausi". L’Elleboro è scritto da Dimitri Patrizi. Elisabetta Borille e Giovanna Gagliardini sono accompagnate dalla chitarra di Roberto Sanvito. Giovanna Gagliardini è aiuto regia. Una produzione della Compagnia del Saramita.
- "La carta gialla" e la cura del riposo
Una donna, chiusa dal marito in una stanza per essere curata per un imprecisato malessere, è costretta a confrontarsi solo con la carta da parati gialla che fa da sfondo alla sua prigione. "La carta gialla" è un monologo di (e con) Lisa Gino: tratto dal libro della scrittrice, sociologa e femminista americana Charlotte Perkins Gilman, è scritto tra il 6 e il 7 luglio 1890, e pubblicato sul numero di gennaio 1892 del The New England Magazine. The Yellow Wallpaper punta il dito contro il dottor Silas Weir Mitchell, da lei consultato per una depressione post-partum: il medico era celebre per avere inventato la rest cure o cura del riposo. In seguito l'autrice gli manderà il romanzo, senza ottenere risposta. Due anni dopo, il dottore farà marcia indietro sulla sua ”cura”, anche a causa di alcuni casi di suicidio. Donne "deboli di nervi" L’isteria è descritta dai testi dell'800 come una malattia femminile che provoca "convulsioni, paralisi, ansia, depressione e mancamenti". La cura del riposo riscuote successo in quel periodo e viene applicata su donne epilettiche, depresse o, a volte, semplicemente sgradite alla famiglia. Pazienti che, se non erano pazze, trovano la scorciatoia per diventarlo: segregate in casa per mesi, a letto, isolate al buio, con l'assoluto divieto di leggere, scrivere e persino lavarsi. La protagonista del monologo La carta gialla è una donna costretta dal marito medico a vegetare: il premuroso dottore infatti le ha imposto la rest cure, che la tiene prigioniera in una stanza con la sola compagnia dei disegni che si ripetono all'infinito sulla vecchia carta da parati. Clinicamente è archiviata come isterica. Il termine isteria deriva dalla parola greca, hystéra, cioè utero. Ippocrate, padre della medicina occidentale, definisce l’utero la causa di tutte le malattie femminili: “un corpo asciutto e cavo, predisposto ad assorbire liquido, che espelle con il sangue mestruale. Per questo la donna avrebbe continuamente bisogno del coito, che ha la funzione di riequilibrarne l’umidità. Quando il bilanciamento viene meno, l’utero provoca, dolore, sensazione di soffocamento e di confusione mentale”. L’anticamera della follia, insomma. Streghe, monache, indesiderate La storia è disseminata di pregiudizi sulle donne considerate isteriche: misoginia, cultura patriarcale, un’idea primitiva della medicina e della psichiatria, hanno prodotto esperimenti (e danni incalcolabili) su mogli e figlie “diverse” o rifiutate. Descritte come capricciose, deboli, instabili, le donne "deboli di nervi" possono essere ribelli, violente o irriducibili: alcune, troppo seducenti, altre semplicemente “differenti”. Tutte sono considerate un pericolo per la società o per le famiglie che se ne vogliono liberare. La storia, del resto, è disseminata di donne bollate come streghe, rinchiuse in conventi e manicomi o - come in questo caso - sepolte vive in una stanza. Considerate proprietà dei loro uomini (accade ancora oggi in molte parti del pianeta), vittime di pregiudizi sociali, isolate per “non nuocere a se stesse”, oggetto di potere e di controllo, le donne “isteriche” hanno suscitato l’interesse di dottori e scrittori dell'800. Prive di protezione, spesso isolate dalla famiglia, senza sostentamento economico, vengono sottoposte a esperimenti clinici e discriminazioni di ogni genere. La carta gialla ci regala lo spaccato di una terapia - la cura del riposo - che non lascia spazio alla vita normale. Né al recupero dell’equilibrio. Gli esperimenti del dottor Mitchell A cavallo tra '800 e '900 molte pazienti vengono segregate in casa, a letto, isolate, al buio e prive di qualsiasi stimolo per mesi. Le più sfortunate, magari epilettiche o depresse, vengono confinate in manicomio, oppure sottoposte a trattamenti scellerati, come l’isterectomia o l’iniezione di varie sostanze nell’utero. La cura del riposo è un'invenzione del medico americano Silas Weir Mitchell e prevede "il controllo assoluto sulla paziente. Senza condizioni". Anche nel monologo La carta gialla il tutore è un medico: il marito John è l'insindacabile artefice del destino di una donna rinchiusa “per il suo bene". Dovrà seguire la terapia proposta dal dottor Mitchell: dura da sei settimane a due mesi, con facoltà di prolungare la cura. La paziente è confinata in camera da letto: “Inizialmente, e in alcuni casi per un periodo di quattro o cinque settimane, non permetto alla paziente di sedersi, di cucire o di leggere o scrivere, o di fare attivamente uso delle mani se non per pulirsi i denti". Nutrita da un'infermiera, la donna "debole di nervi" viene lavata con una spugna nelle parti intime e, solo in alcuni casi, può ascoltare brevi brani di un libro. Stimolata con massaggi e con l'elettroterapia, isolata dai figli, trattata con sonniferi, viene nutrita ogni due o tre ore. Mitchell è convinto che il sovrappeso sia un rimedio naturale contro il sovraffaticamento morale o psicologico: l'incremento di peso è associato all'aumento della quantità e al miglioramento della qualità del sangue. Indizio evidente di buona salute. Incapace di leggere, scrivere e pensare (e ingozzata come un’oca) la donna mantiene un'unica funzione vitale: essere abbastanza sana per riprodursi. "Utero vagabondo" e potere Nell’antichità si crede che certi disturbi siano dovuti a uno spostamento dell’utero nel corpo: il wandering womb o “grembo vagabondo”. I sapienti di tutte le epoche confermano l’intuizione: Ippocrate, per esempio, afferma che la migliore cura per l’isteria è il matrimonio. Dall’antico Egitto alla Grecia, attraverso il Medioevo e il Rinascimento (che processa e brucia donne che confessano sotto tortura di essere “streghe”) si arriva agli albori della psichiatria. La medicina di fine '800 e metà '900 si interessa molto alle “isteriche”: rispettabili dottori ne descrivono i sintomi, propongono cure fantasiose e trascinano pazienti instabili nelle aule universitarie esibendole come cavie ai loro studenti. Nella Parigi dell‘800, le “isteriche” si curano alla Salpetrière che - da ospedale - si trasforma in manicomio femminile. Qui nascono i primi esperimenti di ipnosi che rendono celebre il dottor Charcot. Le femministe d’inizio secolo, tra le quali Charlotte Perkins Gilman, pensano che molte diagnosi di isteria siano uno strumento per sancire l’inferiorità intellettuale, fisica e morale della donna. Ma, soprattutto, per rinchiuderla, controllarla e renderla dipendente dalla società maschile. Insomma, se le donne sono guidate dal loro utero, devono essere per forza instabili. E, senza un funzionale rapporto con un uomo, possono rischiare di perdere la ragione. Ci sono conseguenze individuali e sociali per la corrente di pensiero che vuole le donne in balia del loro utero. Definite "fatue, leggere, superficiali, emotive, passionali, impulsive, testarde, approssimative, inadatte alla logica", si vedono a lungo negati diritti sociali che oggi consideriamo acquisiti: una vita politica attiva, il lavoro, la carriera accademica e persino il voto. In Italia nel 1980 la nevrosi isterica viene eliminata dal Manuale dei disturbi mentali, ma il pregiudizio popolare secondo cui il "sesso debole" sarebbe vittima del proprio utero resta vivo: di una donna che sbrocca si dice ancora oggi che "sembra isterica". Al contrario, per le donne di successo è pronto lo stereotipo “sembra un uomo”. Il romanzo La carta gialla in Italia è edito da Feltrinelli, mentre a breve Mondadori preannuncia l'uscita di una nuova opera di Charlotte Perkins Gilman. Nel frattempo, chi ama le storie a sfondo storico-clinico può vedere su Raiplay il film Eliza Graves: basato su un racconto di Edgar Allan Poe, è la storia di un’affascinante (e sanissima) internata, di un giovane psichiatra che se ne innamora e dei confini imperscrutabili della follia.












.png)